top of page

Quali tipologie di lutto?

Alcuni, spesso, tendono a provare stati emotivi contrastanti, come shock, angoscia, rabbia, senso di colpa, ansia, paura, solitudine, infelicità, depressione e sensazione di essere sopraffatti.

Sentimenti che sembrano onnipresenti oppure che a volte si presentano in modo “intermittente”, scatenati dai ricordi. Quest’esperienza emotiva non è vissuta da tutti nello stesso modo, alcuni la vivono come un trauma, altri possono provarla solo inizialmente per poi “accettare” la perdita.

Alcuni studiosi hanno notato che la presenza di sentimenti positivi nei 6 mesi successivi all’evento viene considerata come un segno di resilienza e associata a una prognosi positiva nella risoluzione del lutto.

Solitamente, il processo di lutto si elabora e risolve in 6-12 mesi in media, la scelta di rivolgersi ad una figura competente rappresenta una soluzione per diminuire i tempi di elaborazione ed è quindi a discrezione, una scelta molto personale.

Diversamente, coloro che non riescono ad affrontare la perdita in 6-12 mesi possono sperimentare una forma più complessa (il “lutto complicato”) con sintomi di distress da separazione (desiderio di stare con quella persona o dolore) e sintomi di distress post-traumatico (rabbia, evitamento di ricordi sulla persona, pensiero di non farcela). Questi soggetti percepiscono sé stessi come intrappolati in un loop di emozioni negative che gli impediscono di continuare con la propria vita e possono mettere in atto forme di comportamento disfunzionali, come un eccessivo coinvolgimento in attività legate alla persona scomparsa, evitamento del contesto sociale o isolamento e chiusura in un mondo fatto di pensieri e sogni riguardanti il defunto.

Una non elaborazione porta al lutto patologico dando origine ad una condizione di disagio persistente in cui la persona prova emozioni negative che a lungo andare possono creare traumi profondi, fino alla diagnosi di disturbo da stress post traumatico o di disturbo da lutto persistente.

Scegliere di non intervenire sul proprio stato psicologico in presenza di sintomi persistenti dopo i 12 mesi significa scegliere che peggiorino fino a condizionare pesantemente la propria esistenza.

Pagina vuota: Testo

CONTINUA DALL'ARTICOLO - GLI ATTI SOSPESI

Significa iniziare il percorso di elaborazione del lutto, significa trovare il momento per salutare, per dire, per pensare, per fare, fosse solo una carezza, ma per farla.

 Durante la pandemia non avere questa possibilità ha creato un buco, ha creato un intoppo nel percorso di elaborazione del lutto.

Essere un imprenditore funebre significa avere un ruolo nel tentare di sollevare una persona dal momento talvolta inaspettato, che sta vivendo. In termini calcistici spesso ci si approccia alla famiglia del defunto con un “10 a 0” a tavolino, ogni cosa che diciamo, ogni cosa che facciamo, è sempre fuori luogo.

Si cerca di essere accoglienti, si cerca di rispettare il dolore delle persone, ma dobbiamo far si che ognuno di noi viva ogni singolo funerale che svolge come un momento di crescita permette che la nostra parte umana, la nostra empatia, sia un qualcosa in più che noi portiamo per il funerale successivo.

Vendere un funerale non è come vendere un qualsiasi altro prodotto, la scelta delle modalità, della cassa dei fiori e di tutto quello che è necessario può essere vissuto dalla famiglia come un momento fuori luogo, come un'invasione di un evento intimo. Ma se noi teniamo aperta la porta dell’empatia, ahimè vivendo noi stessi il dolore di quella famiglia, vendere un funerale è tutt'altra cosa, è accompagnare un intero universo familiare verso un percorso di trasformazione. Per questo chi ha perso un familiare durante il periodo della pandemia dove i funerali non erano permessi, dove tutti i riti di passaggio non erano possibili, deve vivere a posteriori una esperienza che celebri il proprio caro permettendo così la conclusione del processo dl morire e dare inizio alla seconda fase: quella della elaborazione di quanto avvenuto.

Pagina vuota: Testo

CONTINUA DALL'ARTICOLO - 

CHE COSA FARESTI SE VINCESSI UNA LOTTERIA IN CUI OGNI GIORNO TI VENGONO ACCREDITATI 86.400 €?

Ti sembra poco? Allora prova ad entrare in un cimitero e guardati intorno, vedrai che quegli 86.400 secondi assumeranno un significato completamente differente.

 Ora, in questo momento, chiediti: come posso spendere questo credito in maniera eccellente, in modo che questo giorno abbia un significato speciale per me?

Ma ripartiamo dai cimiteri: ci sono tanti tipi di cimiteri, a seconda delle religioni o a seconda dei luoghi. Prendiamo ad esempio quello monumentale di Milano nato con l’idea che aveva Foscolo dei sepolcri, un luogo dove avvicinarsi a chi non c’è più. Oppure quelli americani, che sono enormi giardini verdi, geometrici, con un simbolo uguale per tutti o quello di Père-Lachaise con le tombe di Wilde, Morrison, Rossini, Chopin, Honoré de Balzac, Edith Piaf. Ci sono poi cimiteri, come quello Friedrichswerderscher Friedhof di Berlino, in cui si può andare e fare pausa pranzo, leggere un libro

Stare nei cimiteri aiuta a raccogliersi in sé stessi, a rallentare, ad osservare.

Quando viaggio sono incuriosita dal cimitero del luogo, mi racconta molto di quel posto; quale sono i cognomi più diffusi? Che tendenze hanno in fatto di sepoltura? Chi li frequenta? Tempo fa ho ricevuto questa testimonianza, la condivido con te: ”Tempo fa ero seduta su una panchina e stavo lì, in silenzio a parlare interiormente con mia padre. Entra un giovane uomo con due figli, un maschio ed una femmina. Gli faceva osservare le lapidi, gli parlava con tono sereno e normalissimo, come se stesse parlando di qualsiasi altra cosa, del morire e della morte, loro rispondevano, facevano domande. Poi uno di loro corre alla fontanella e prende un annaffiatoio. Lo osservo e mi rendo conto che stava annaffiando i fiori più malandati, ma senza uno scopo preciso. Semplicemente si prendeva cura di quelle lapidi un po' dimenticate e lo faceva con gioia. Ho pensato che non fosse la prima volta che svolgesse quell’azione. La bambina col padre osservava le foto e sottolineava ora il sorriso, ora lo sguardo serio di quei volti. Il papà le chiedeva secondo lei cosa avessero svolto nella loro vita quelle persone, poi lei salutava quell’amico estemporaneo e passava alla lapide successiva.

Non avevo mai assistito ad una scena simile, ma ho colto una lezione bellissima. Quel papà stava trasmettendo ai suoi figli una lezione importante: la vita è impermanente, i corpi se ne vanno, ma i simboli sono lì a ricordarci che avevamo una storia, un lavoro, delle esperienze, delle manie, delle abitudini. L’educazione alla morte, ecco cosa ho visto, un papà, un bambino e una bambina che crescevano assieme e affrontavano, spalle dritte, un tabù. Chapeau!”

E tu cosa ne pensi?

Pagina vuota: Testo

CONTINUA DALL'ARTICOLO - I MESTIERI LEGATI A THANATOS

É una domanda legittima ma si può rispondere facilmente capendo se la persona utilizza quel simbolo o quell'oggetto che gli ricorda il suo caro come conforto, sostegno, momento nostalgico oppure se utilizza quell'oggetto con malinconia o come un'ancora rispetto al passato. La specie Homo sapiens ha da sempre sepolto i morti: in molte sepolture preistoriche sono stati ritrovati resti di corpi dipinti con l'ocra, una sorta di argilla rossa, e decorati con conchiglie, corna di cervo e altri oggetti ornamentali. Questo fa pensare che già i nostri lontani antenati praticassero riti funebri e avessero elaborato credenze relative al destino dei morti e all'aldilà.


Una volta, entrando nel negozio di onoranze funebri di Lina ho visto la pubblicità di una nuova forma di sepoltura, quella della trasformazione delle ceneri o dei capelli del defunto in diamante... lì per lì sono rimasta di stucco, ma poi, tornando a casa ci ho riflettuto. L’anello nuziale ha un significato ben preciso, è un cerchio, quindi non ha inizio e non ha fine, viene portato all’anulare sinistro, a simboleggiare il cuore.

Il diamante brilla di luce fortissima, è prezioso, raro, luminoso, indistruttibile, esattamente come l’amore che provi per chi non c’è più. Attraverso l’accettazione della perdita subita trasformi il dolore in ricordo, passi dal buio alla luce. Attraverso la lavorazione del carbonio compi una alchimia preziosa, trasformi la morte in luce eterna, crei il tuo simbolo, da accarezzare quando cerchi conforto, quando instauri il dialogo con quello che tutti noi lasciamo di prezioso in questa vita terrena: lo spirito…

Tu lo sapevi?

Pagina vuota: Testo

CONTINUA DALL'ARTICOLO - ANTROPOLOGIA DELLA SEPOLTURA

La tomba è il luogo di una duplice soglia. Essa segna il passaggio tra il mondo terreno e un mondo altro, un aldilà più o meno strutturato, dominato dal nulla, dalla luce divina, dove regna la vita eterna o l’eterna dannazione, popolato di spettri, di angeli, di persone amate, etc.
Ma la tomba è anche luogo di soglia tra passato e presente che assorbe cultura e “discorsi” non solo individuali, ma anche di una collettività ristretta, come la famiglia o l’organizzazione professionale, fino ad includere tutta la società, la quale spesso affida proprio al monumento funebre il compito di svolgere un discorso su se stessa e su quel sistema di valori in cui si riconosce e sul quale si struttura.
In ogni società ai morti e al loro culto sono riservati luoghi particolari: i cimiteri. Oggi i cimiteri (celebrati da Ugo Foscolo nella famosa poesia I sepolcri) sono separati dai luoghi in cui risiedono i viventi. Fino alla Rivoluzione francese invece i cimiteri delle società europee si trovavano nel centro delle città, a ridosso delle chiese. Al loro interno si tenevano mercati e banchetti: vivi e morti condividevano un medesimo spazio. In alcune società i morti vengono sepolti in tombe collocate nei terreni di famiglia (come tra i Merina del Madagascar). Alcuni gruppi della Melanesia (una regione dell'Oceania) seppellivano i morti alla base di grandi alberi sacri dalle radici aeree, i banani, i quali, crescendo, racchiudevano i morti formando veri e propri cimiteri arborei. I cimiteri, particolarmente quelli ottocenteschi, racchiudono una fitta vegetazione di segni, di varietà epigrafiche e morfologiche che raccontano e che danno voce ai defunti. Attraverso il monumento, che fa da garante alla sopravvivenza dell’identità di un individuo o di un’intera famiglia, si ottiene “per se e i propri cari” più una condizione di a-mortalità che di immortalità. Per decenni queste tombe sono state estremamente loquaci, ricche di segni e di immagini, hanno raccontato le fortune, le virtù civili e familiari dei trapassati e i dolori e le speranze di chi è restato. Questa loquacità probabilmente potrebbe quantomeno stupire, far sorridere o anche scandalizzare molti nostri contemporanei abituati a tombe spesso mute, dove i morti non parlano, le immagini scompaiono assorbite in un’unica fotografia e le parole si contraggono in due date. Il cimitero, come già notava Jean-Didier Urbain, è una sorta di enorme biblioteca, dove si possono consultare le biografie di migliaia di persone, i loro alberi genealogici, cercare informazioni sulla storia economica, politica e culturale di una città o di una nazione, e sfogliare i volumi enciclopedici della loro storia dell’arte e del costume. I più antichi volumi di questa metaforica biblioteca, prodotti in gran parte dalla borghesia ottocentesca, sono corposi e ricchi di informazioni, i più recenti invece, frutto di una società che ha fatto della morte naturale un tabù, si riducono a dei singoli fogli in cui si trova spesso solo un cognome.
Avevi mai riflettuto sull’aspetto antropologico e culturale dei simboli funerari?

Pagina vuota: Testo

CONTINUA DALL'ARTICOLO - DOVE ANDIAMO? L'ALDILA' NEL CORDO DEI SECOLI

Non tutte le culture però ritengono che le anime sopravvivano in eterno: tra le antiche popolazioni della Mesoamerica (per esempio i Maya e gli Aztechi) si riteneva che le anime al termine di un lungo viaggio andassero incontro alla dissoluzione. In altre culture l'accesso a un luogo di felicità e benessere è riservato a particolari categorie di persone: gli antichi Greci, per esempio, ritenevano che gli eroi avessero un destino privilegiato, nella pianura Elisia o nelle Isole dei Beati come sostiene Omero nell'Odissea. Per gli antichi Egizi solo al Faraone e ad alcune personalità di grande importanza (sepolti non a caso nelle piramidi) era possibile accedere dopo la morte al mondo sovraterreno degli dei, mentre la gente comune era destinata a un mondo buio e sotterraneo.

Le credenze in una vita futura si legano all'idea che almeno una parte dell'essere umano, l'anima, sopravviva alla morte. Gli induisti e i buddisti ritengono che dopo la morte l'anima torni a reincarnarsi in un essere vivente fino a quando non abbia concluso il ciclo delle vite e abbia assunto una dimensione puramente spirituale. In molte tradizioni religiose si ritiene invece che, al momento della morte, l'anima intraprenda un lungo e pericoloso viaggio verso l'aldilà. I viventi, attraverso preghiere, offerte e riti alle divinità, possono agevolare questo viaggio verso la dimora finale. Completato il loro percorso, i morti divengono antenati.

In molte società dell'Africa e dell'Oceania esiste un vero e proprio culto degli antenati: si ritiene che essi continuino a occuparsi dei viventi e che siano i responsabili del loro benessere, dell'abbondanza dei raccolti, della fecondità delle donne. Anche se si tratta di tradizioni religiose diverse, in fondo i santi e i profeti delle tradizioni ebraiche, cristiane e islamiche possono essere tutti considerati antenati particolarmente illustri: i credenti ritengono che essi possano intercedere presso Dio a favore dei viventi. I corpi mummificati o i resti degli antenati (detti reliquie) sono spesso oggetto di venerazione.

Il viaggio dell’elaborazione del lutto può partire anche da qui, dall’esplorazione del proprio immaginario rispetto al “dove andiamo”; nel corso della mia esperienza questo passo è molto più semplice da compiere con i bambini, non ancora intrisi dalla paura della morte (o della vita?), attraverso la narrazione, il disegno, il simbolico. Con gli adulti il passo è un po' più ostico, perché come diceva il poeta Pessoa: “Porto addosso le ferite delle battaglie che non ho combattuto”.

 E tu? Hai mai provato a combattere la tua personale battaglia   contro la paura dell’immaginifico rispetto all’aldilà?

Pagina vuota: Testo

CONTINUA DALL'ARTICOLO - 

ECOLOGIA DEL LUTTO

Tempo fa ho letto un libro sulla depressione e parlava di una tecnica, la tecnica delle 3A:

ACCETTAZIONE ACCOGLIENZA E AZIONE

Capire le emozioni vuol dire conoscerle; per conoscere le emozioni la prima cosa da fare è accettarle.

Le emozioni non sono mai sbagliate, sono un dato di fatto e come tali dobbiamo riconoscerle ed accettarle, prenderne atto, esse esprimono un messaggio per noi. Prendiamo in esame un’emozione che tutti conosciamo: l’ansia. L ‘ ansia può divenire una forma abitudinaria di pensiero che dà origine a uno stile di vita ben preciso. PRE-occuparsi significa letteralmente occuparsi PRIMA, quindi è un attimo generare incertezza. L ‘ansia nel presente non esiste.

Sappiamo dare una definizione precisa della differenza fra AGIRE E REAGIRE?

Reazione è risposta naturale a uno stimolo ambientale e coincide con l’emozione, dura qualche secondo, è quindi un meccanismo automatico che implica una risposta naturale che può essere prolungata nel tempo da parte dell’individuo (pensa a quando ti succede qualcosa che crea ansia e poi lo racconti a qualcuno e poi a qualcun altro e poi ci rimugini sopra…). Quello che accade di per sé non è importante ma è come interpretiamo ciò che accade che è davvero importante. Accettare significa prendere consapevolezza di ciò che si prova, accogliere vuol dire ascoltare ciò che l’emozione ha da dirci. L’azione, infine, è la via più semplice e immediata che permette di creare nuove abitudini felici. L’azione crea l’emozione, azioni felici creano emozioni felici, azioni felici creano abitudini felici. Se cambi il pensiero cambia la percezione della realtà, di conseguenza la realtà stessa e il modo di affrontarla.

ACCETTARE

Significa riconoscere ciò che si prova ed è il primo passo, va riconosciuta la sensazione in sé SENZA attribuirla alla nostra identità: ad esempio dire “sono ansiosa” o “percepisco uno stato ansioso” sono due cose completamente diverse a livello mentale, nel secondo caso semplicemente si attribuisce all’ansia la sua reale natura/ essere una sensazione. Ma cosa accade se non si accetta ciò che si prova? La mente va in tilt, tu pensi non è vero-giusto che il mio corpo provi questa sensazione, negando cosi un dato di fatto, il pensiero continua a lavorare e il corpo, per fare in modo che  tu riconosca ciò che stai provando, manda segnali sempre più forti e sarà l’emozione che ti gestirà, come fossi un burattino. Accettare ciò che si prova, significa riconoscere l’esistenza senza giudizio: questo è il primo passo per la risoluzione. Se siamo concentrati su passato o futuro difficilmente riusciremo a trovare un equilibrio emozionale. Il passato è già successo e da questo non possiamo che trarre insegnamenti, il futuro rappresenta i nostri sogni, ma perché avvengano abbiamo bisogno di restare nel presente, altrimenti diventa ansia.

COME ACCETTARE CIO’ CHE ARRIVA

La prima cosa da fare è ripetere la seguente frase: “sto provando ansia” (o il nome dell’emozione) non penso ad altro, sto un poco qui con lei in attesa di quello che ha da dirmi. In questo modo prendo atto di ciò che sento e non lo nego, cosi il corpo non avrà bisogno di intensificare ciò che prova per essere ascoltato e riconosciuto e di contro non ci attribuisce la propria identità con l’emozione (come accade invece pensando IO SONO ANSIOSA) ma la si gestisce come un semplice messaggio da ascoltare. Riflettiamo ora sul concetto di preoccupazione. La parola stessa dà la soluzione, il suo suffisso PRE, cioè avanti che accada, ma hai la certezza matematica che accada o il fatto che tu ci dedichi così tante energie rende necessario che accada veramente, (pur di non aver torto faremmo qualsiasi cosa?) Le fasi dell’accettazione, i due step successivi

Osservare à significa notare ció che accade intorno a noi e riconoscerlo, negare quello che accade  dentro di noi vuol dire non evolvere. COSA STA ACCADENDO INTORNO A TE?

Nominareà Dare il nome corretto a ció che stiamo provando, utilizzare giri di parole o frasi per alludere ad uno stato come ansia, stress ecc.. vuol dire negare la realtà. 

ACCOGLIERE

Sappiamo che significa?

Significa accettare senza giudicarSI, dirsi tutto a voce alta senza remore, vuotare il sacco, sputare il rospo. Soprattutto vuol dire ascoltare ció che quel dolore o malessere o fastidio o intralcio ci vuol dire, insegnare, far vedere. Lo stato d’animo che proviamo bussa alla porta del nostro cuore/anima e accettandolo gli permettiamo di entrare e raccontarci il motivo della sua visita senza DARE UN GIUDIZIO.

Ecco tre modalità di accoglienza

  1. Scrivere a se stessi

Accogli scrivendo a te stesso e rileggendo ciò che hai scritto chiedi a quell’emozione cosa sia venuta a dirti. Fallo alla tua maniera, usa una musica che ti rilassi e lascia che la penna scorra via, accogli scrivendo a te stesso e rileggendo ciò che hai scritto chiedi a quell’emozione cosa sia venuta a dirti.


  1. Parlarsi allo specchio

Mettiti davanti allo specchio chiudi gli occhi per qualche istante e chiedi alla tua mente cosa sia venuta a dirti inizia a parlare e quando hai finito riascolta sempre ciò che hai da dirti, poi riassumi sempre in forma scritta quello che hai imparato                                                                                                                                              

  1. Registrarsi

 Prendi un registratore vocale e vai, chiedi alla tua mente cosa sia venuta a dirti inizia a parlare mantenendo gli occhi chiusi e quando hai finito riascolta sempre ciò che hai da dirti, poi riassumi sempre in forma scritta quello che hai imparato.

A questo punto potresti anche avere delle intuizioni risolutive, e comunque sei arrivato al passo successivo, l’azione.

 AGIRE

Significa compiere un’azione per ottenere un effetto, senza l’azione il cambiamento non può avvenire, l’azione agisce sia sul pensiero che sui risultati che si possono ottenere   e nel momento in cui l’azione porta al cambiamento del modo di pensare cambia anche l’azione che si mette in moto per ottenere un risultato. Il processo pu   inverso: il cambiamento dell’azione  implica anche un cambiamento dello stile di pensiero associato e quindi anche del risultato. A. Einstein diceva: “Follia è fare sempre a stessa cosa e aspettarsi risultati diversi.” Non è importante trovare risposte, ma farsi nuove domande, esplorare e riflettere su aspetti non presi ancora in considerazione; la decisione di lasciare andare chi amiamo è un atto d’amore? Possiamo effettivamente fare qualche cosa per morire bene? Cosa ci spinge ad ottenere il diritto a poter decidere quando e come mettere la parola fine alla nostra vita? Una sola cosa è certa, l’amore non finisce con la morte, ma può continuare e cambiare forma, evolversi, trasformarsi, come quando leggi più e più volte un libro e lo trovi diverso ogni volta e comunque quando lo finisci non smette di esistere. Come quando l’emozione di un incontro non finisce quando saluti qualcuno, ma continua a riecheggiare in noi.

Ti va di provare questa tecnica e farmi sapere come ti trovi?

Pagina vuota: Testo

CONTINUA DALL'ARTICOLO - QUANDO ”PER SEMPRE” É UNA CERTEZZA I NOSTRI 4 ZAMPE

Quando un amico a 4 zampe arriva a casa nostra nasce e si crea una nuova famiglia. È l’inizio di una nuova vita insieme a tutti gli effetti, un imparare a conoscere e conoscersi, un cercare di capire costantemente le esigenze e i bisogni gli uni e degli altri. Un vivere una quotidianità nuova che cambierà per sempre le vite di entrambi. Secondo lo studio del Official Journal of the Human Behavior and Evolution Study , i legami che creiamo coi nostri amici a 4 zampe sono identici a quelli che stringiamo con gli altri essere umani. Nel nostro cervello infatti si verificano dei processi chimici che portano alla produzione degli stessi ormoni che vengono prodotti quando stringiamo delle relazioni tra i nostri simili.

Con la morte del nostro amato cane o gatto il prezioso legame che si era creato, ricco di emozioni e sentimenti, viene improvvisamente a mancare. La routine che eravamo soliti vivere, l’inestimabile valore del tempo passato assieme non ci sono più e con ciò si crea un grande vuoto ricolmo di dolore e nostalgia.
Proprio perché nell’instaurare il legame tra noi e il nostro animale sono coinvolti gli stessi processi chimici che si producono tra legami che stringiamo tra i nostri simili, anche la perdita del cane o del gatto è paragonabile alla perdita di una persona cara.
Entrano in campo tutte le fasi vere e proprie del lutto che, come tali, richiedono di essere elaborate.

È NORMALE SOFFRIRE COSÌ TANTO PER LA MORTE DEL CANE O GATTO?

La perdita del cane o del gatto, soprattutto se improvvisa, è seguita da un forte dolore grande tanto quanto era grande il rapporto che vi legava. Se ti chiedi se è normale soffrire così tanto, la risposta è sì.
Spesso inoltre ad aggravare la situazione, sopraggiunge il senso di colpa per aver dovuto effettuare l’eutanasia. Ci chiediamo se fosse giusto o sbagliato e soprattutto se non fosse troppo presto.
Non cadere nella spirale del colpevolizzarsi, pensa invece che hai fatto un grande atto d’amore nell’evitargli delle inutili sofferenze. Inoltre è importante accettare sin da subito il fatto che queste creature hanno una vita più breve rispetto la nostra per ciò è bene arrivare il più consapevoli possibili a questo momento. È quindi normale e naturale provare un intenso dolore ed è necessario poter piangere liberamente la morte del proprio animale domestico.
Purtroppo capita spesso di sentirsi inadeguati e incompresi soprattutto in pubblico. 
A chi soffre può essere quindi socialmente negata la possibilità di esprimere ciò che sente. Il dolore che si prova unitamente all’esperienza di perdita si aggiungono quelle di esclusione, di solitudine e di vergogna. In letteratura scientifica questo tipo di lutto è considerato un lutto delegittimato (disenfranchised grief). In realtà il lutto per un animale domestico è carico di significati e peculiarità che lo rendono potenzialmente difficile da elaborare.
Sforzarsi quindi di apparire diversi rispetto a ciò che si sta provando, rischia di soffocare il dolore e di rendere il processo di guarigione della nostra anima ancora più a lungo.

Esistono molti professionisti in grado di offrirti tutto il supporto necessario anche per la difficile fase che segue immediatamente dopo: la cremazione o la sepoltura.
È bene distinguere da subito che se il decesso del cane o del gatto è avvenuto per cause naturali o traumatiche è possibile seppellire il tuo animale domestico o farlo cremare da ditte specializzate e conservarne le ceneri.

  • CIMITERI PER ANIMALI. Chi dispone di un giardino al giorno d’oggi può seppellirlo lì, a patto che l’animale non sia morto per infezione e che non si inquinino eventuali falde acquifere. È comunque bene sapere che, sono sempre più diffusi anche in Italia, dei veri e propri cimiteri per animali ……..

  • CREMAZIONI ANIMALI. In alternativa alla sepoltura, si può decidere di ricevere le ceneri del nostro amato pet da spargere in un luogo preciso piuttosto che tenere in una urna sempre con noi. Il settore delle cremazioni animali è regolamentato principalmente dal Regolamento CE n. 1069/2009 . . Ci sono principalmente 2 tipi di attività che riguardano gli animali:

    1. Co-inceneritori che svolgono cremazioni cumulative e gli inceneritori singoli invece che fanno cremazioni singole (ciò dipende dalla tipologia di forno adottato dalla singola azienda);
    2. Aziende che fanno solo stoccaggio (in questo caso l’azienda ha dei grandi contenitori dove vengono accumulate le carcasse per poi essere trasferite nelle aziende che fanno cenerazione cumulativa)
    Se non riesci da solo a elaborare l’accaduto è utile un percorso di aiuto che preveda queste fasi:
    – Contenere tutte le emozioni, dalla colpa alla vergogna
    – Narrare ciò che si è provato e si prova, esprimendo le perplessità rispetto a quanto si sente
    – essere rassicurato rispetto a ciò che la persona prova
    – Individuare insieme quali rituali o azioni o passaggio possano permettere ed agevolare l’elaborazione del lutto.



Se la perdita influisce anche sui bambini è ancora più importante cercare di aiutarli a superare la perdita del loro amato cane o gatto. Cercate di non incorrere nell’errore di cercare di farglielo dimenticare il prima possibile. Questo oltre ad essere controproducente potrebbe addirittura creare loro dei traumi. Per aiutarli potreste quindi raccontargli ad esempio della leggenda del ponte arcobaleno o prendergli qualche libro che possa essergli d’aiuto.

C’è un’antica leggenda, è una storia dei nativi americani un popolo saggio che ha sempre vissuto in armonia con la natura e con ogni creatura terrestre. È la leggenda del Ponte Arcobaleno (vai alla sezione suggerimenti). In essa si può trovare la speranza per armonizzarci con le leggi della vita ed accettare questa perdita, prima o poi inevitabile.

Pagina vuota: Testo

CONTINUA DALL'ARTICOLO - I LUTTI NON RICONOSCIUTI

Ora, la nostra società, fondata sulla famiglia ristretta, considera lutti gravi e gravissimi la perdita dei figli e dei coniugi, dei genitori (specie se avviene quando i figli sono ancora giovani), dei fratelli e delle sorelle, e legittima emozioni di grande dolore per questi lutti.

Invece, ritiene che la morte di una persona al di fuori di questa cerchia di “soggetti importanti” nella nostra vita non dovrebbe dar luogo allo sviluppo di un vero e proprio lutto, inteso come quell’insieme di processi psicologici, consci o inconsci, suscitati dalla perdita di una persona amata (così Bowlby definiva il lutto).

Il lutto per i nonni è il primo ad essere misconosciuto nella nostra cultura. Si cerca di proteggere i bambini dal dolore della perdita, e si mente frequentemente sulla morte dei nonni. Una morte che viene sovente dapprima occultata (non si permette ai bambini di dare un ultimo addio e non li si porta ai funerali) e poi sottovalutata, da genitori che spesso non sono in grado di sostenere il dolore dei bambini. E si tratta di una trascuratezza che può dare esiti problematici, specialmente quando la relazione con i nonni era stretta e quotidiana. I bambini si trovano così ad affrontare da soli la perdita dei nonni, con un malessere che non riescono a interpretare. In questi mesi, con la morte di molti anziani per Covid 19, abbiamo perso molti nonni. È importante non nascondere l’accaduto ai bambini, non dissimulare il proprio dolore: facendolo, si impedisce ai bambini di riconoscere e processare la propria sofferenza.

Anche la perdita di un amico si inscrive nel novero dei lutti poco riconosciuti: per quanto stretta sia stata la relazione amicale, la perdita non gode dello stesso riconoscimento di quella di un membro della famiglia. Ben diversa era la considerazione della perdita di un amico nella cultura greca e romana, ad esempio, dove l’amicizia godeva di uno status di particolare importanza.

Un altro lutto non ancora del tutto culturalmente accolto è quello della cosiddetta “morte perinatale”, la morte del feto o del neonato: è un tema delicato, di cui talvolta abbiamo parlato in questo blog. Accade ancora che i ginecologi, le ostetriche, in generale i curanti che stanno intorno alla donna che ha perso il figlio minimizzino, e dicano: “ma lei è giovane, può farne un altro”. Lentamente, sta emergendo un altro tipo di comportamento, che prevede la sepoltura del bambino morto, e interpreta la perdita perinatale come lutto. Ma è una sensibilità ancora poco diffusa.

L’esempio più eclatante di lutto non riconosciuto è la morte dell’amante, etero od omosessuale, in quanto i legami clandestini non godono di quel riconoscimento sociale che è essenziale, essendo gli umani animali sociali, per rielaborare la perdita e condividere il dolore.  Una relazione non riconosciuta con il defunto rende difficoltoso il lavoro del lutto, compromettendo quindi il benessere psico-sociale della persona, a breve e lungo termine.

Ma, come abbiamo visto, a essere private del diritto a un lutto pienamente riconosciuto socialmente non sono solo le relazioni irregolari o segrete. La nostra cultura fatica ad accogliere diversi lutti, che si fondano su legami del tutto “alla luce del sole”, come quello dei nonni con i nipoti o dei genitori con il nascituro. La cultura condiziona, certo, ma la consapevolezza culturale è in grado, seppure lentamente, di cambiare le cose.

Quello che è accaduto col Covid è che tutte le persone in lutto hanno dovuto sostenere la mancanza di condivisione che è solitamente caratteristica dei lutti non riconosciuti. Tutti non hanno potuto dire addio, non hanno potuto organizzare riti, hanno dovuto elaborare la perdita nell’isolamento.
Questa esperienza può forse portarci a ripensare i nostri stereotipi culturali riguardanti il lutto, cercando di esserne consapevoli, e immedesimandoci nel dolore di chi ha perso qualcuno che amava, a prescindere dal ruolo che il defunto aveva nella vita di chi resta.

Cosa ne pensate? Avete fatto esperienza di lutti non riconosciuti? O potete raccontare esperienze di altri?

Pagina vuota: Testo
Immagine 2022-02-17 205800.png

CONTINUA DALL'ARTICOLO - VUOTO E PIENO

Ognuno di noi reagisce come meglio può ad un evento drammatico come un lutto che può essere previsto o inaspettato, frutto di un processo lento e agonizzante o di un fatto tragico ed improvviso. Di fronte ad un lutto ognuno reagisce (o non reagisce) in modo personale. Esistono diverse teorie sull’elaborazione del lutto. Tutte valide, tutte fondate ma sempre un po’ troppo “teoriche” e analitiche.

In certi casi però non si ha tanto bisogno di teorie ben scritte che si trovano sui libri ma di qualcosa di “pasticciato” e personalmente rappresentato come il disegno di un bambino, con la speranza che ci arrivi al cuore.

Con il lutto, le emozioni provate, i sentimenti che emergono, gli stati d’animo che vivono dentro di noi e si susseguono spesso in modo confuso e poco controllabile variano da individuo ad individuo, sono molto personali e afferenti ad una sfera intima e inviolabile che, qualsiasi sia il modo di manifestarsi e di esprimersi, vanno sempre rispettati e mai giudicati. Chi piange in modo straziante, chi non mangia più, chi cade nel silenzio più cupo, chi parla di continuo, chi partecipa a veglie funebri, chi prega. Ognuno ha il diritto sacrosanto di esternare (o non esternare) quello che prova quando affronta un lutto, di provare le emozioni e di vivere a fondo le proprie fragilità.

Tristezza, dolore, sofferenza, disperazione, angoscia, sono difficili da affrontare. Che ognuno le affronti come meglio crede, in modo libero, con tutti gli strumenti che ha a disposizione, appoggiandosi a chi o a cosa ritiene più idoneo.

Ognuno, di fronte al lutto, prova emozioni che sono tutte “sue”, che solo lui può descrivere, elabora rimedi del tutto personali (chi cerca il sostegno di chi ama, chi si rifugia nei ricordi, chi non riesce a fermare le lacrime, chi s’inventa riti incomprensibili agli occhi degli altri, chi si affeziona a degli oggetti… e si potrebbe continuare all’infinito secondo le mille sfumature del sorprendente animo umano).

C’è però, credo, un elemento che è comune a quasi tutte le persone che si trovano a vivere un lutto. Chi si trova a vivere un lutto non può non avvertire una sorta di mancanza, di perdita, di vuoto, di qualcuno o qualcosa che c’era e ora non c’è più. Anche qui, ogni persona, proprio per il suo essere un unicum con la propria personalità e la propria identità, avverte in modo più o meno consapevole questo senso di vuoto.

E questo vuoto, questa mancanza, questo prima c’era e ora non c’è più, rappresenta l’elemento concreto e fondante di un lutto. Lo possiamo percepire in modo più emotivo e sentito come una privazione o in modo più diretto e razionale come un buco ma tale rimane.


IMMAGINE 1

Eccolo lì evidenziato in giallo, in modo del tutto semplicistico e riduttivo, il lutto o meglio la parte del lutto più o meno comune a tutti.

Per comodità e per renderlo un po’ più accettabile l’abbiamo disegnato piuttosto tondeggiante e riempito con il colore giallo

ma potrebbe essere così, un po’ più inquietante

IMMAGINE 2

o così

IMMAGINE 3

sì, a volte fa più paura…

si potrebbe continuare all’infinito!

Rimane sempre un vuoto, la mancanza di un pieno.


Bella constatazione e quindi?


Quindi, come forse risponderebbe un bambino, come istintivamente farebbe un animale, i buchi si riempiono o si provano a riempire.

E per fare ciò ci sono due condizioni imprescindibili:

  • bisogna agire, bisogna fare qualcosa, non restare immobili e del tutto passivi

  • bisogna avere qualcosa con cui riempire


Detto così sembra semplice, in realtà è un processo più complesso, che tiene conto di diverse varianti, che è in continuo movimento e sempre fluido.

Innanzitutto, analizzando il primo punto, bisogna tenere conto che ognuno di noi agisce e si muove con i propri tempi e nel modo che gli è più consono. C’è chi si muove con la lentezza di una tartaruga e chi invece è veloce e scattante come una tigre o carico come un bisonte. Va bene tutto, l’importante è fare qualcosa, non restare fermi, cominciare a riempire! E in che modo riempiamo? Ci sarà chi comincia a scaricare tutto quello che trova, gettandolo dentro a quella voragine davanti a sé, quasi spinto da un raptus compulsivo, con la forza di una ruspa, fino allo sfinimento delle proprie forze, chi invece ci proverà con un contagocce, goccia per goccia, con la pazienza della meditazione e della riflessione; chi userà una pala, chi le mani, chi il cucchiaino preferito che la persona persa usava per girare il caffè. C’è qualcuno in grado di stabilire se c’è un modo più efficace dell’altro? Assolutamente no. La cosa che conta è fare qualcosa, non subire la situazione con remissiva passività, significherebbe farsi sopraffare dall’angoscia e dalla depressione e finire noi stessi in quel vuoto. Non è neppure rilevante quanto riusciamo a riempire, non riusciremo mai a colmare tutto quel vuoto, potremo anche riposarci, un giorno si può scaricare in quella fossa una vagonata di cose e il giorno dopo un pugno di terra. Il livello di quel vuoto che abbiamo colorato di giallo, di rosso e di nero scenderà, salirà, riscenderà: è e deve essere un processo estremamente dinamico, guai se tutto resta fisso! Ci deve essere sempre un agire, un movimento, non serve fare le corse! Anche lo sbattere le palpebre è un movimento!

Secondo punto. Bisogna avere qualcosa con cui riempire quel vuoto. Qualsiasi cosa. Ricordi, affetti, emozioni, sorrisi, carezze, oggetti, storie, racconti, episodi, sentimenti, profumi, litigate, canzoni, risate, aneddoti, feste, partite a carte, filastrocche, cibi, maglioni di lana, tazze, catenine, sguardi, pieghe della bocca, abbracci, rughe, odori, suoni, voci, bronci, sapori, animali, piante, figurine, braccialetti, orologi… e chi più ne ha, più ne metta!

E qualsiasi singolo elemento deve diversificarsi: i ricordi dovranno essere migliaia, milioni, belli, piacevoli, tristi, recenti, lontani, profondi, divertenti, commoventi, stupidi e così via; una miriade di storie; migliaia di profumi, quello del mare, quello della pelle di tua madre, quello del dopobarba di tuo padre, l’odore del sugo come lo faceva lei, l’odore del fieno quando camminavate insieme quella sera d’estate, l’odore della sua urina quando stava già male. Tutte percezioni che si moltiplicheranno e si sovrapporranno creando un prezioso e meraviglioso continuum: se respiri il profumo della sua pelle, non puoi non ricordarti il modo con cui ti accarezzava, la sua pelle sulla tua, il modo con cui ti guardava, le microespressioni del suo volto; se sarai avvolto dagli effluvi del suo ragù, non potrai rinunciare a riassaporare dentro di te il gusto unico di quelle tagliatelle e quell’atmosfera unica che c’era attorno a quella tavola, i volti, le voci, le risate, ti ricorderai di quella volta che tua sorella diede la notizia … o di quell’altra volta che riceveste quella brutta telefonata che annunciava che…

Insomma, più elementi abbiamo accumulato e più cose avremo per riempire quel vuoto!

Quindi non bisogna essere aridi nella vita (cioè prima del lutto, che poi è ora, che poi è sempre) ma essere degli instancabili e consapevoli ladri di percezioni, bisogna saper assaporare e sapere custodire il maggior numero possibile di istanti del vissuto. A volte strapparli anche con la forza.  Non bisogna stancarci di cogliere i particolari che ci possono sembrare superflui, di goderci quei sorrisi, di tenerci quegli abbracci, di trattenere a lungo l’effetto di quella risata o il ricordo di quella giornata particolare. Anche nelle situazioni dolorose, conserviamo con cura gli odori del sudore, delle feci, la sua voce ormai flebile, le dita lunghe e pallide, il colore delle pastiglie che gli preparavi con cura, i suoi occhi vacui quando la luce sembrava spegnersi, i lampi improvvisi in quegli occhi che sembravano riaccendersi, il modo in cui teneva piegato il labbro.

Non chiudiamo gli occhi e il cuore di fronte al vissuto! Nel bene (a maggior ragione) ma anche nel male.

Già, il vissuto! Solo così avremo una scorta di “cose” con cui riempire il vuoto causato da un lutto.

Il vissuto riporta subito all’idea della vita ed è straordinario che alla fine si finisce con il riempire con la vita il vuoto lasciato dalla morte. La contrapposizione tra la vita e la morte può sembrare un’immagine vecchia e stereotipata ma funziona sempre. A volte le cose semplici e scontate sono anche quelle più efficaci. D’altronde con cosa spengo un fuoco? Con l’acqua, lo direbbe anche un bambino. Cosa faccio se ho fame? Mangio, istinto animalesco. Con cosa combatto la morte? Con la vita, spirito di sopravvivenza.

Alla base di questo processo di riempimento del vuoto del lutto, processo che avevamo definito in precedenza complesso e fluido, c’è pertanto un’intuizione piuttosto semplice. 

Riempire il vuoto con il vissuto. Torniamo al nostro secondo punto e complichiamo un po’ le cose. Abbiamo detto che possiamo riempire con tutto ciò che abbiamo a disposizione, che troviamo, che creiamo e che riteniamo opportuno. Ci sono però delle “cose”, degli elementi che, nonostante siano gettati in quel vuoto come gli altri, anziché produrre un effetto di riempimento, sembrano produrre l’effetto contrario di svuotare ancora di più.

E come se creassero dei canali sotterranei e nascosti che portano ad altri vuoti.

Provo a semplificare.

Riprendiamo il nostro primo disegno:

 IMMAGINE 4

Ora immaginiamo di cominciare a riempire con questi nuovi elementi:

IMMAGINE 5

Cosa è successo? I nostri vuoti, le aree gialle, sono aumentate notevolmente!

Che razza di ricordi, emozioni, pezzi di vissuto abbiamo utilizzato per riempire?

Sono i rimpianti, i non detti, i sospesi, i malintesi mai chiariti. Per questo sarebbe bene risolverli prima di arrivare ad affrontare un lutto. Cercare di chiarire quelle situazioni mai risolte, quei nodi mai sciolti che poi, nella situazione del lutto, diventeranno vuoto che si aggiunge ad altro vuoto.

Se non ci riusciamo, e spesso non ci riusciamo, non è successo niente di irrimediabile. Faremo solo più fatica a riempire il vuoto. Nel gioco tra pieno e vuoto, vorrà dire che il vuoto parte un po’ più avvantaggiato. D’altra parte l’avevamo detto che, pur partendo da un’intuizione quasi scontata, il meccanismo è complicato, soprattutto nella sua realizzazione, nella sua evoluzione dinamica, in cui si susseguono passi avanti, passi indietro, rallentamenti, intoppi, scatti, equilibri, disequilibri, fatiche e momenti di riposo.


Per concludere torno ad un discorso che avevamo fatto all’inizio. Avevo detto che quando parliamo di lutto, si pensa subito alla morte di una persona cara ma che si può considerare un lutto anche una situazione diversa.

Io da circa due anni sto vivendo una situazione angosciante che potrei definire di lutto. Anch’io ho dovuto affrontare il mio vuoto, la mia perdita di un pieno, ho subito la perdita della serenità di vivere, la privazione del sonno, l’asportazione dell’entusiasmo. Nel mio piccolo ho dovuto affrontare e sto affrontando un mio lutto.

E il procedimento di difesa che è scattato in me è stato quello che ho descritto. Cominciare a riempire quel vuoto, mettere in pratica le due condizioni imprescindibili:

  • fare qualcosa, agire, attivarmi, non restare passivo e immobile a guardare il vuoto

  • cercare, procurarmi, tirare fuori le “cose” per riempire il buco

D’altronde questo “gioco” del pieno e del vuoto non è che il tentativo di reagire a degli eventi che accadono per cercare di stare meglio o di evitare di stare peggio.

Perché, prima o dopo, a tutti accadono dei fatti che ci portano via qualcuno o qualcosa a cui eravamo convinti sarebbe stato impossibile rinunciare.

Devo ammettere che non è stato e non è facile.

Per quanto riguarda il primo punto è sorprendente quanto il mio agire sia stato ed è scostante, privo di uno sviluppo lineare, a volte pieno di energia, altre volte lentissimo, spesso dando l’idea di ritornare nello stesso punto. Il più delle volte ingarbugliato, aggrovigliato, ripiegato su stesso. Potrei rappresentarlo così:

IMMAGINE 6

Ma è pur sempre qualcosa di dinamico e non un punto fisso nel vuoto!


Per quanto riguarda il secondo punto, non immaginate quante “cose” ci vogliano per riempire quel buco.

Ci vogliono sacchi pieni di ricordi, di sentimenti, di emozioni, di suggestioni, di percezioni, di colori, di oggetti e di tante altre cose.

Quelle “cose”, quei brandelli di vissuto, le ho ricercate con tutto me stesso, tra i ricordi, dentro di me, tra le percezioni della vita, nella natura, osservando quello che avevo davanti, riassaporando emozioni che credevo perse e riemerse chissà come, a volte forse le ho inventate, ma vale tutto quando c’è un vuoto pauroso da riempire.

A volte mi sono fatto aiutare nel cercarle, capita anche che serva il sostegno di qualcuno perché non riusciamo a vederle da soli. Vale anche così, anzi, forse hanno più valore, sono più pesanti e riempiono di più. Se è possibile, accettiamo l’aiuto degli altri, ringraziamo e continuiamo a fare qualcosa e a riempire il vuoto!

Dedicato a CHI o a cosa non c’è più

a CHI o a cosa non ci sarà più

Pagina vuota: Testo

CONTINUA A LEGGERE - BUON PONTE AMICO MIO

Nelle sue ultime ore ho rivissuto volontariamente i ricordi di questi 20 anni, ho ricordato quel mio compleanno di 19 anni fa in cui avevamo messo delle trappole collose per topini in giro per casa, avendo visto entrare dalla porta che si affaccia sul giardino un topino di campagna, e lei, curiosa come solo i gatti sanno essere aveva pensato bene di sdraiarcisi sopra.. il risultato? Una gatta pelata e infreddolita in una fredda giornata di gennaio. Oppure di quella volta in cui come albero di Natale avevo messo nel salone di casa un enorme albero secco e lei lo ha adorato fin da subito, creando la sua personale casetta sul ramo più alto. Quando ha partorito ha smentito il proverbiale istinto materno felino, consegnando a me i suoi cuccioli perché non li sopportava e nascondendosi sotto al mobile quando cercavo di sdraiarla per farla allattare. Insomma, una gatta fuori dalle righe, poco socievole ed affettuosa.

Ma con gli anni  si era addolcita, non troppo capiamoci, ma si era addolcita. Certo, non ci ha mai perdonato di aver fatto entrare in casa due fratelli canini, ma lei ha conquistato il piano superiore della casa e ne è diventata la regina.

Gli anni sono passati e lei è invecchiata, come ogni essere vivente, ma in lei la vecchiaia aveva qualcosa di “umano”, sembrava una adorabile vecchietta bisbetica e, udite udite, gli ultimi anni amava farsi pettinare e dopo voleva salire in braccio mentre ero al pc. Quelle sue ossette sporgenti, quel fare claudicante mi ha suscitato tante volte tenerezza e, mi ha ricordato la mia mamma , nei suoi ultimi anni, quando la malattia aveva reso le sue ossa più esposte e la sua carne priva di tono. Ho spesso abbracciato quella gatta e pianto al ricordo della mia mamma e finchè è stata con me è stato come avere di nuovo la mia mamma fragile indifesa e dipendente dalle mie cure.

Quando la mattina del 26 dicembre mia figlia mi ha urlato di salire al piano superiore, ho capito subito, il momento era arrivato.

Era li, distesa sul fianco, respirava con fatica e aveva quegli occhi, gli occhi che ti avvisano: ”sto andando”.

 E’ stato un tuffo al cuore, la mia memoria olfattiva mi ha fatto sentire quell’odore, quello di ospedale, che ho sentito tre anni fa. L’ho toccata, era tiepida. L’ho presa in braccio e lei si è accoccolata come un bambino, ha iniziato a fare le fusa. L’ho stretta a me e le ho detto “Vai tranquilla, non preoccuparti di noi!”. Il mio cuore batteva all’impazzata perché pensava esattamente il contrario “resta”.

L’abbiamo avvolta in un pile e lei ha dormito tutto il giorno; la sera addirittura si è tirata in piedi venendoci incontro. La mattina la radiografia ci ha mostrato un cuore piccolo, in un corpo piccolo, ma avvolto in una grossa sacca di liquido. Io e Ginevra piangevamo stringendola a noi, e lei miagolava, guardandoci negli occhi. Allora mi sono fatta forza e le ho ripetuto. ”Vai tranquilla e salutami la mamma”.

Ci siamo date un’ora di tempo, per cullarla e ringraziarla del tempo passato con noi, la nostra adorabile vecchietta satana era pronta,  lei che non voleva farsi neanche accarezzare non ha battuto ciglia quando il veterinario le ha fatto la puntura di anestetico. In quel momento ho sentito la presenza di mia madre che veniva a mettermi una mano sulla spalla e con l’altra accarezzava Lola.

Si è addormentata, si è rilassata nella posizione fetale.

L’ho presa e portata a casa. Ora è in giardino, sotto l’albicocco, dove in primavera vanno i pettirossi, quelli che lei guardava dall’alto della portafinestra con sguardo minaccioso, ma che non ha mai provato a cacciare. Buon ponte piccola streghetta

Pagina vuota: Testo
bottom of page